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Il morbo di Parkinson è una patologia degenerativa e a lenta progressione, che colpisce in media il 10% delle persone con età superiore a 80 anni, ma può comparire anche in età più giovane (questi casi sono più rari). Caratterizzato da rigidità dei movimenti e tremore, oggi grazie alle nuove tecnologie ad ultrasuoni è possibile curarne i sintomi, soprattutto quelli più invalidanti per i pazienti colpiti.

Vuoi scoprire in che modo gli ultrasuoni possono essere di supporto nella cura del morbo di Parkinson? Nella nostra guida troverai tutte le informazioni utili per iniziare una terapia con questa soluzione innovativa che grazie agli studi e alle ricerche effettuate in campo medico, permette di ottenere risultati tangibili già dopo poche applicazioni.

Che cos’è il Parkinson?

Illustrazione di un medico che mantiene un foglio con scritto "Parkinson's Disease"

Il morbo di Parkinson è la seconda malattia neurodegenerativa dopo quella di Alzheimer e ha un’incidenza di circa l’1 % nelle persone sopra i 60 anni. La patologia è complessa, dal momento che non si tratta solo di un disturbo del movimento, ma può causare anche disturbi psichiatrici e cognitivi, presentando quadri clinici molto diversi tra di loro. 

Si tratta di una malattia degenerativa, definita così dal momento che alla base si trova la degenerazione dei neuroni dopaminergici, ovvero le cellule del cervello. Anche se ancora è difficile definire con esattezza i meccanismi d’insorgenza, gli studi e le ricerche in campo hanno dimostrato che a influire possono essere diversi fattori ambientali, oltre a una predisposizione genetica.

 

Quanti tipi di morbo di Parkinson esistono?

Signore anziano visibilmente sofferente viene accompagnato a letto da una ragazza

Quando il paziente è affetto da morbo di Parkinson ma non viene sottoposto a un trattamento di cura, la malattia progredisce e diventa invalidante.

I medici Holen e Yahr l’hanno classificata in cinque diversi stadi:

  • primo stadio. In questa fase si riscontra un interessamento unilaterale e un deficit funzionale minimo o assente. Compare il tremore a carico degli arti superiori e un anno prima si possono anche manifestare sintomi come il dolore. A caratterizzare questo primo stadio può essere anche la rigidità, la presenza di acinesia e la compromissione di movimenti alternati rapidi anche nelle dita. Può essere osservato anche il tratto tremolante (soprattutto durante la scrittura) e ipomimia facciale.
  • Secondo stadio. In questa fase, invece, è possibile riscontrare un interessamento bilaterale o assiale, ma senza un disturbo dell’equilibrio. In questo secondo stadio la postura è fissa: il tronco, le anche, le ginocchia e le caviglie sono lievemente flessi, mentre i movimenti gradualmente rallentano.
  • Terzo stadio. Iniziano a vedersi i primi segni di una postura instabile e un deficit funzionale che tuttavia permette ancora di eseguire alcuni lavori. L’andatura inizia a essere compromessa ed è evidente anche un rallentamento della deambulazione, ma l’invalidità resta lieve-moderata.
  • Quarto stadio. In questa fase la malattia diventa invalidante. Il paziente affetto da Morbo di Parkinson ancora riesce a camminare e ad avere una posizione eretta, ma necessita di assistenza per svolgere tutti quei compiti normali dell’attività quotidiana. Inoltre, spesso può incorrere anche in frequenti cadute.
  • Quinto stadio. Si tratta della fase più avanzata della malattia, dove la deambulazione è impossibile e il paziente non riesce a restare in posizione eretta. Presenta anche una ridotta deglutizione spontanea insieme a disidratazione e può avere difficoltà nel nutrirsi. Quando non è sottoposto ad alcun trattamento, si presentano anche inefficacia del riflesso della tosse e vescica neurologica.

C’è un’età privilegiata in cui si sviluppa?

Signore anziano scrive su un foglio di carta

La malattia di Parkinson è più comune negli anziani: la prevalenza aumenta dall’1% in chi ha un’età superiore a 60 anni, mentre fino al 4% nelle persone che hanno più di 80 anni d’età.

La patologia insorge mediamente a 57-60 anni, ma il 5-10% dei casi è a esordio giovane, ovvero si presenta tra i 20 e i 50 anni. Il parkinsonismo giovanile, invece, è raro e si manifesta durante l’infanzia e l’adolescenza fino a 20 anni. Esaminando poi le percentuali dei pazienti che soffrono della malattia di Parkinson, si può vedere come gli uomini si ammalino il doppio delle donne, ma queste ultime presentino una progressione del disturbo più rapida, con un minore tasso di sopravvivenza.

Dagli studi effettuati è emerso anche come lo sviluppo dei sintomi nei pazienti differisca sulla base del genere: se nelle donne i sintomi motori compaiono più tardi mentre il tremore è il primo a presentarsi, negli uomini si manifestano primariamente problemi posturali e un peggioramento delle capacità cognitive. 

Quali sono le cause?

 

Come detto in precedenza, l’eziologia della malattia di Parkinson non è chiara, ma è accertata l’origine multifattoriale, dove a interagire sono sia componenti ambientali che genetiche.

Tra i fattori ambientali si possono riscontrare:

  • l’esposizione a tossine esogene come pesticidi, metalli, xenobiotici e prodotti chimici industriali;
  • lo stile di vita, come ad esempio la presenza di una dieta alimentare poco equilibrata e il fumo;
  • il luogo di residenza (ambiente rurale);
  • attività professionale (lavoro agricolo).

In particolare, si è notato che l’esposizione a pesticidi, insetticidi e a metalli come rame, ferro, alluminio e piombo aumenta il rischio dello sviluppo della malattia di Parkinson, soprattutto in presenza di storia familiare positiva.

Oltre a questi fattori, anche le abitudini alimentari possono influire sulla variabilità della malattia, come il consumo di cibi ricchi di grassi animali (saturi e insaturi) e vitamina D.

Per quanto riguarda, invece, i fattori genetici, si è riscontrato che una storia familiare positiva aumenta il rischio di manifestazione della malattia, così come mutazioni identificate per i seguenti geni: alfa-sinucleina, parkina, dardarina, DJ-1.

Alcuni studi, poi, hanno suggerito anche altre possibili concause, come patologie infettive (certe forme di encefalite) e lesioni cerebrali (traumi con emorragia).

Come si manifesta il Morbo di Parkinson?

Signore anziano si mantiene la mano per non tremare mentre mangia

Nella maggior parte dei pazienti, i sintomi del morbo di Parkinson si presentano in modo insidioso. 

Tra i principali è possibile rintracciare:

  • il tremore (a riposo a una mano è spesso il primo sintomo);
  • l’eloquio ipofonico (disartria monotona e balbettante);
  • rigidità. Questa in molti pazienti si sviluppa in maniera indipendente;
  • movimenti lenti (bradicinesia) e diminuzione dell’ampiezza del movimento (ipocinesia), così come difficoltà nel movimento (acinesia).
  • la rigidità e l’ipocinesia possono provocare anche dolore ai muscoli con una sensazione di affaticamento;
  • faccia ipomimica. La bocca è aperta e si riduce l’ammiccamento e a questo si accompagna spesso anche un’eccessiva perdita di saliva del paziente.
  • L’ipocinesia e diminuzione del controllo dei muscoli distali. Questi elementi possono causare micrografia (scrittura molto piccola), rendendo così le attività quotidiane molto complesse.
  • l’instabilità posturale. Questo sintomo può comparire successivamente nelle fasi più avanzate della patologia. Insieme si presenta spesso anche la perdita dei riflessi con tendenza alla caduta in avanti e indietro, insieme a una postura incurvata.
  • la demenza. Presente in circa un terzo dei pazienti, principalmente nelle fasi avanzate della malattia.
  • i disturbi del sonno. Molto frequenti, questi possono causare insonnia, aggravando la depressione e il deficit cognitivo.

Diagnosi

 

La diagnosi del morbo di Parkinson è clinica e si basa sulla valutazione dei sintomi motori. Quando si presenta un caratteristico tremore a riposo unilaterale, insieme a limitazione del movimento e rigidità, si può sospettare la presenza del morbo di Parkinson.

Per la diagnosi vengono effettuati test come quello di coordinazione dito-naso (in caso di esito positivo il tremore scompare o si attenua nell’arto che viene sottoposto a test). Nell’esame neurologico, invece, i pazienti non riescono a eseguire movimenti rapidi alternati o in successione.

Nei pazienti anziani, prima di diagnosticare il morbo di Parkinson il medico deve escludere altre cause possibili di riduzione dei movimenti e andatura con piccoli passi, come grave depressione e ipotiroidismo. Per distinguere il morbo di Parkinson dal parkinsonismo secondario o atipico, spesso viene utilizzata la risposta alla levodopa: se questa è prolungata ed elevata rappresenta un’indicazione a favore del morbo di Pakinson.

Come bloccare il tremore del Parkinson?

Uomo cerca di tenersi la mano ferma per non tremare mentre beve un bicchiere d'acqua

Proprio la Levodopa è il trattamento più comunemente utilizzato per trattare il Parkinson e i suoi sintomi principali (come il tremore e la rigidità muscolare).

Tuttavia, si è notato che quando la malattia diventa più severa, la risposta a questo farmaco può sensibilmente diminuire. Spesso per ridurre il tempo di assunzione della Levodopa e quindi anche questi effetti, il medico può considerare di utilizzare per i pazienti più giovani con disabilità lieve anche l’assunzione di questi farmaci: 

  • inibitori della monoamino ossidasi di tipo B (MAO-B) (selegilina, rasagilina);
  • dopamino-agonisti (p. es., pramipexolo, ropinirolo, rotigotina);
  • amantadina (che è anche l’opzione migliore quando si cerca di diminuire le discinesie da picco dose).

Nei casi in cui i sintomi della malattia non possono essere controllati in modo adeguato, l’intervento chirurgico può essere considerato, insieme all’inserimento di pacemaker che stimolano i nuclei del subtalamo.

Recenti studi, poi, hanno indicato anche il trattamento con ultrasuoni come coadiuvante nella riduzione dei sintomi motori del Parkinson, soprattutto nella diminuzione del caratteristico tremore degli arti.

La nuova talamotomia con gli ultrasuoni

 

Negli ultimi anni sono stati pubblicati diversi studi promettenti in merito alla neuroablazione del VIM (nucleo Ventrale Intermedio Mediale del talamo) attraverso l’utilizzo di ultrasuoni focalizzati sotto guida di Risonanza Magnetica. Questa terapia, definita FUS o MRgFUS, si è rivelata efficace nel trattamento del tremore legato alla presenza del morbo di Parkinson (soprattutto in situazioni resistenti al trattamento farmacologico).

Si tratta di un metodo mini-invasivo (non è chirurgico e non serve l’anestesia generale) e viene eseguito con l’apparecchiatura specialistica della risonanza magnetica nucleare (RMN): permette di indurre, attraverso degli ultrasuoni focalizzati, una piccola lesione a livello del VIM, riducendo il tremore nel lato controlaterale al trattamento.

Ultrasuoni focalizzati: che cosa sono?

Apparecchio per risonanza magnetica

MrgFus è l’acronimo di Magnetic Resonance guided Focused Ultrasound, uno strumento che attraverso l’utilizzo di ultrasuoni focalizzati, permette l’ablazione di un punto preciso del cervello che viene identificato dalla Risonanza Magnetica con estrema precisione.

Proprio grazie agli ultrasuoni, l’area cerebrale (globo pallido) viene bloccata e questo consente un miglioramento dei sintomi del Parkinson.

Come si svolge l’intervento?

 

Questo trattamento dura in media 4-5 ore: in questo lasso di tempo il paziente si trova in posizione supina all’interno del macchinario della Risonanza Magnetica. Viene eseguita un’anestesia locale e in alcune fasi del processo gli viene applicato un casco stereotassico che emette onde ultrasoniche. Nel corso del trattamento, poi, il paziente deve collaborare attivamente per effettuare il monitoraggio neurologico durante l’esecuzione della terapia. Solo attraverso questo passaggio, infatti, è possibile definire l’entità e la precisione della lesione del target.

 

Per chi è indicata?

 

Le ricerche dimostrano che questa procedura è indicata soprattutto per quei pazienti affetti da Parkinson con tremore grave, un sintomo che può avere forti ripercussioni nella vita quotidiana e può essere resistente ai farmaci.

Le ricerche hanno dimostrato che la riduzione media del tremore si attesta sul 60% con rischio di complicanze basso.

 

Quali sono i vantaggi della FUS?

 

Si tratta di un trattamento che presenta numerosi vantaggi, il principale è legato alla sua scarsa invasività: non è necessario eseguire un foro a livello di scatola cranica o praticare un’anestesia generale.

Per eseguire la procedura si utilizza una Risonanza Magnetica Nucleare, con il monitoraggio delle dimensioni. Subito dopo viene poi eseguita con gli ultrasuoni una piccola lesione nel nucleo talamico, aspetto che riduce il tremore sul paziente.

 

Ci sono rischi collaterali?

 

Come per tutte le terapie e procedure di intervento, non tutti i pazienti possono sottoporsi a questa terapia. Un team di neurologi esperti in Parkinson dovrà selezionare chi può accedere a questa cura. È fondamentale, infatti, considerare anche le possibili controindicazioni del trattamento come: malattie internistiche rilevanti, malattie cardiovascolari gravi, malattie cerebrovascolari di recente insorgenza, decadimento cognitivo, disturbi psichiatrici e crisi epilettiche.

Per sottoporsi al trattamento, poi, non devono esserci condizioni di impedimento per l’esecuzione della Risonanza Magnetica (come pacemaker e protesi metalliche), così come la presenza di terapia anti-aggregante o anti-coagulante, un altro elemento su cui fare particolare attenzione.

Tra i principali rischi si possono trovare anche l’edema cerebrale ed effetti collaterali transitori (come disturbi del linguaggio e del cammino).

Malattia di Parkinson e ultrasuoni: la ricerca continua

Medico analizza ricerche sul cervello

La MrgFus è una metodica rivoluzionaria e una scoperta del tutto nuova che accende speranze sulla cura di una malattia degenerativa e invalidante come il Parkinson.

Pur risultando efficaci per la maggior parte dei pazienti che si sono sottoposti al trattamento, gli ultrasuoni focalizzati ad alta intensità (FUS) rappresentano a oggi una terapia ancora sperimentale e quindi soggetta a evoluzione.

Gli studi condotti hanno poi evidenziato come la FUS possa risultare fondamentale nel controllo e nella scomparsa del tremore in tutti i pazienti in cui è stata completata, sottolineando come questo beneficio nella maggior parte dei casi persista anche tre anni dopo la terapia.

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FONTI

https://www.epicentro.iss.it/parkinson/

https://www.msdmanuals.com/it-it/professionale/malattie-neurologiche/disturbi-del-movimento-e-cerebellari/morbo-di-parkinson

https://www.hsr.it/news/2023/aprile/malattia-parkinson-sintomi-cura

www.humanitas.it/news/malattia-di-parkinson-i-sintomi-le-cure-e-la-ricerca/

http://www.parkinsonpiemonte.it/it/educational/vivere-con-il-parkinson/item/135-trattamento-tremore-con-ultrasuoni-focalizzati

www.neuromag.it/il-ruolo-della-fus-nella-malattia-di-parkinson-nuove-evidenze-su-efficacia-e-sicurezza/